15 novembre 2010 lunedì

Sveglia ore 7:00, colazione alle 7:30.

Mentre aspettiamo che Padre Luciano ci raggiunga al bar del kurasini facciamo un po’ di riepilogo delle giornate trascorse, degli incontri fatti e delle cosa da non perdere di vista una volta rientrati.

Alle 9:00 ci raggiunge P. Luciano, con il quale prima di farci accompagnare in banca vogliamo approfondire alcuni aspetti della nostra collaborazione con la Diocesi di Iringa (della quale P. Luciano è di fatto procuratore a Dar) e della nostra necessità di uno scambio di informazioni più stretto e frequente, e anche delle opportunità formative per alcuni degli operai che collaborano a Maguta.

La discussione su questi temi coinvolge Padre Luciano e noi più di quanto pensassimo e alla fine il tempo passa.

Dato che non è strettamente necessaria la presenza di Gianfranco per le pratiche in banca ma è sufficiente che ci siano Mario e Luciano, io e Carlo decidiamo di cogliere l’occasione di per fare un salto in città assieme a loro.

La mattina del Lunedì a Dar è caotica (come sempre) e piena di traffico e di vita, dopo le solite code dovute agli irrisolti “colli di bottiglia” che costringono il traffico portato dalle nuove arterie stradali realizzate prevalentemente da ditte cinesi ad imbottigliarsi nella stretta rete viaria del centro di Dar passando (per chi arriva dalla zona del porto commerciale e dal kurasini) per un passaggio a livello in corrispondenza dei depositi della BP; arriviamo in centro passando dalla centralissima rotonda con il monumento agli askari, ossia il monumento commemorativo dei soldati africani morti durante la prima guerra mondiale. Parcheggiamo in una stradina laterale e scopriamo che assieme ad i numerosi addetti ai parcheggi a Dar, come a Bologna, esistono gli ausiliari che fanno le multe alle auto in sosta vietata, anche se qui, nonostante la “manodopera” non manchi, domare il caos dei veicoli “accatastati” ovunque è impresa assai più ardua che da noi.

Attraversiamo un isolato del distretto commerciale di Dar passando al piano terra di una torre in cristallo sede di compagnie e banche per spuntare di fronte all’edificio delle poste. Non posso fare a meno che a questa latitudine e con questo clima di fronte alla cieca ed “ignorante” arroganza urbanistica di questi edifici in perfetto (ed anche piuttosto banale, non fosse per la mole) “international style”, paiono molto più intelligenti gli ormai invecchiati edifici governativi costruiti negli anni ’70 durante il periodo socialista (dopo l’indipendenza la Tanzania faceva parte del gruppo dei “non allineati” ed era commercialmente più vicina, allora come ora, alla Cina che non alla Russia) di Julius Nierere mutuando i modelli architettonici che Le Corbusier aveva ideato per Chandigarh, ed importandone forse una interpretazione dei regimi comunisti di allora, ma che paiono comunque poter meglio rispondere alle caratteristiche climatiche di Dar, anche se sono ormai rovinati dalla incuria (nell’illusione che il cemento armato fosse eterno) e dalle incrostazioni degli impianti di condizionamento che nonostante la carenza della rete di distribuzione elettrica continuano ad essere sempre più accessibili economicamente e quindi sempre più presenti. D’altra parte è piuttosto difficile argomentare su questioni di risparmio energetico ed inquinamento con chi avendo appena raggiunto la soglia del benessere in una città dal clima quasi sempre afoso adesso può finalmente permettersi un condizionatore.

Resta comunque desolatamente evidente la mancanza di una pur minima pianificazione urbana ancor prima che ambientale, nonostante la lungimiranza di Nierere per le questioni ambientali.

Anzi purtroppo sembra che oggi nonostante la Tanzania sia una delle nazioni con la maggior superficie del proprio territorio protetta da parchi e riserve naturali, questo grande patrimonio sia vittima di sfruttamento e disboscamento selvaggio ed illecito tacitamente avvallato dalla mancanza di efficaci controlli.

Facendo queste considerazioni anche gli ultimi scampoli di tempo da passare a Dar Es Salaam passano ed è ora di rientrare per preparare i bagagli e dopo un breve riposo farci accompagnare all’aeroporto prima delle 16, orario in cui il traffico comunica a farsi caotico per cui raggiungere l’aeroporto potrebbe diventare complicato.

Alle 3 e 40 siamo già sulla strada per il Julius Nierere International Airport di Dar dove arriviamo in pochi minuti ed ovviamente in largo anticipo sulla partenza del nostro volo per Nairobi.

Salutiamo i nostri amici e anche Mario che resterà un paio di giorni a Dar per aspettare Marco, Annamaria e Giuseppe e assieme a loro ritornare a Maguta dove resteranno per proseguire i lavori dela condotta fino al 20 di dicembre.

Passiamo l’ormai abituale security check all’ingresso e ci dirigiamo al desk della Precision Air dove, dato il nostro anticipo, ci comunicano che faranno del loro meglio per metterci sul volo della Kenia che parte per Nairobi alle 5. Credo che sia preferibile partire subito da Dar e dover attendere un poco più di tempo a Nairobi prima di prendere il volo della BA per Londra, piuttosto che restare qui in attesa del volo delle 19:30 che se poi parte in ritardo ci costringerebbe a correre nel caotico aeroporto Jomo Keniatta di Nairobi, anche perchè a Nairobi dovremo fare il check-in per la BA.

Quindi saliamo sul volo della Kenia che in un’ora ci porta a Nairobi senza nemmeno il tempo di fare gli ultimi acquisti nei negozietti dell’aeroporto di Dar. Pazienza mi rifarò a Londra.

L’aeroporto di Nairobi è caotico ed affollato come lo ricordavo e le ore che dobbiamo attendere per prendere il volo per Londra che partirà alle 23:30 passano bene solamente perchè riusciamo ad avere l’accesso alla sala di attesa riservata alla British Airways.

Il volo per Londra fila via liscio ed arriviamo alle cinque del mattino con nebbia fitta e zero gradi, superate le formalità doganali e recuperati i bagagli troviamo subito l’autista che ci accompagnerà da Heathrow a Gatwick in nemmeno 40 minuti di macchina. Qui trascorreremo le ultime ore di attesa prima del volo che ci porterà a Bologna.

 

Leave a comment »

14 novembre 2010 domenica

Sveglia alle 7 con i canti domenicali dei ragazzi del seminario. Colazione alle 7:30 assieme a Dido Erasto e Nahashon poi ci salutiamo e riprendiamo la strada in direzione di Dar Es Salaam. Come purtroppo abbiamo imparato viaggiando su questa strada capita sempre più spesso di vedere incidenti. Anche qui come in tutto il resto del mondo il traffico aumenta e considerando che questa è la più importante direttrice commerciale tra il porto di Dar Es Salaam (il più grande ed importante sull’oceano indiano dell’Africa sub sahariana) e che ha solo due corsie si può capire come in realtà il pericolo più grosso cui si va in contro in Tanzania sia costituito proprio dagli incidenti stradali. Qui circola di tutto dai variopinti pullman di linea che fanno a gara a chi arriva prima alla fermata successiva per riuscire a caricare per primo i passeggeri (anche se in realtà di gente che aspetta il bus io ne vedo in continuazione), ai camion più disparati caricati all’inverosimile oltre i limiti della fisica (figurarsi i freni) che dopo avere arrancato sulle salita si lanciano in discesa a volte spegnendo anche il motore per risparmiare gasolio, a scassatissimi furgoni carichi di tutto dalle persone agli animali con l’asse posteriore perennemente scassato e che arrancano di traverso sulla carreggiata a qualsiasi tipo di autoveicolo intento a fare improbabili slalom tra camion pullman buche e inutili dissuasori di velocità che normalmente vengono affrontati frenando “a pacco” proprio sul dosso stesso con il risultato di prendere delle botte che nemmeno il più robusto cei carri armati sarebbe in grado di assorbire impunemente. Per completare il quadro ci sono poi i motorini (piki piki) e le biciclette; i primi mi paiono più che raddoppiati rispetto all’anno scorso, ma sono sempre per il 99% di origine cinese assolutamente inadatti a queste strade piene di buche (se sono asfaltate), mente le seconde sono caricate in modo a volte fantasioso con qualsiasi tipo di carico, dalle gabbia di polli, alle fascine di legna ovviamente caricate per traverso con il risultato che la bicicletta spinta a piedi da dietro e “teleguidata” con due spaghi legati al manubrio ingombra più di un caterpillar ed invadendo la carreggiata viene sfiorata dai camion lanciati a velocità folli.

Per tutti questi motivi occorre attenzione e prudenza anche per chi non ne ha, d’altra parte ho l’impressione che le persone che guidano questi camion lo facciano nella più completa (per quanto incolpevole) ignoranza delle conseguenze di quello che stanno facendo.

Elia, il nostro autista, anche se ogni tanto si prende qualche libertà è comunque attento ed abbastanza prudente.

Arrivati all’abitato di Chalinze circa a metà strada tra Morogoro e Dar comincia a piovere e la pioggia non ci lascierà fino a Dar dove arriviamo in mezzo al caotico traffico della domenica mattina, quando ogni incrocio e ogni fermata di bus o “dala dala” diventa un improvvisato ed incasinatissimo mercato. Decidiamo di puntare direttamente al Sea Cliff dove al centro commerciale “the village” facciamo gli ultimi acquisti di caffè, spezie, the e noccioline da portare a casa. Poi ci fermiamo a pranzo al ristorante self service all’interno. Prima di rimetterci in macchina per andare al mercato del legno faccio un salto nella bella e abbastanza fornita libreria del centro commerciale dove trovo anche dei bei libri illustrati per bambini che deciso di prendere per Sofia. Intanto ha piovuto ancora e davanti all’ingresso del centro commerciale si è formato un lago dove l’acqua arriva quasi a lambire gli sportelli delle auto (diciamo che qui il fuoristrada è un poco più giustificato che a Bologna … ma questo è un altro discorso).

Dopo pranzo il traffico è un poco ridotto e arriviamo velocemente al mercato del legno dove vengo subito raggiunto dai soliti amici che ormai ci riconoscono al volo. Io e Carlo accompagnati da Elia che non ci perde di vista entriamo in uno dei negozietti dove il nostro amico ci propone i suoi articoli. Io ho un paio di commissioni precise da fare e quindi gli chiedo di procurarmi 6 buste con gli animaletti di legno 5 collanine sempre con gli animaletti di legno da bambini poi trovo anche una curiosa scatola ricavata da un blocco di pietra saponaria a forma di Africa il cui meccanismo di apertura è costituito da un perno intarsiato a forma di Tanzania, Carlo trova bracciali, cucchiai e sandali in cuoio. Ad ogni mia richiesta di prezzo il mio amico risponde di non preoccuparmi e che se prenderò tante cose lui mi farà “buono prezzo”. Alla fine tra me e Carlo abbiamo riempito un cestino pieno di oggetti che consegniamo per fare il conto un poco deluso dalla mancanza di trattativa. Ma siccome non tutto quello che cercavamo era disponibile nel suo negozio il nostro amico ha coinvolto un paio di colleghi che adesso fanno “kutano” (riunione) assieme a lui per preparare il conto. Dopo un fitto confabulare arriva un altro compare con carta e penna. Il kutano continua e dopo un po’ ecco il verdetto: 700.000 Tsh per tutto … ci penso un attimo e quando realizzo che mi sta chiedendo poco meno di 350 euri per un sacco di souvenir lo guardo negli occhi e gli dico grazie lasciandogli tutto in mano deciso a tornare in macchina … Ma ecco la contrattazione! No! Amico resta tu italiano! Dimmi quanto mi dai … da questo momento e per quasi un’oretta ingaggiamo una contrattazione fitta della quale io stesso mi stupisco ed alla fine ci portiamo via un po di roba in meno ma per una cifra proporzionalmente bassa. Alla fine sono provato (anche dalla permanenza dentro il negozietto coperto il lamiera e senza finestre) ma soddisfatto, anche se resto convinto che l’affare migliore non l’ho fatto io.

Per oggi abbiamo fatto tutto, rientriamo al kurasini dove ci sistemiamo nelle camere dopo avere constatato che acqua, aria e luce questa volta funzionano perfettamente (quasi).

Il tempo che resta prima di cena mi basta per una doccia e per risistemare le valigie cercando di farci stare tutte le cose che ho comperato e alla fine riesco a chiudere tutto e ad uscire per incontrare Mario Gianfranco e Carlo al bar dove ci raggiunge John prima di andare a cena.

Dopo cena scambiamo due chiacchiere con un ragazzo che sta conducendo un gruppo di Bolognesi che si occupa di ampliare un centro di assistenza per bambini orfani sempre nella zona di Iringa, scambiamo opinioni ed esperienze e ci salutiamo, noi prima di rientrare nelle camere facciamo un poco il punto in vista dell’incontro di domattina assieme a p. Dido discutendo sulla opportunità e modalità di dare ai ragazzi che lavorano a Maguta per noi una opportunità per entrare nel gruppo che si occuperà della manutenzione, mandandoli a studiare a spese nostre Inglese, elettrotecnica e italiano.

Anche questa sera la discussione ci ha infervorato e condotto lontano, ci salutiamo e rientriamo nelle nostre camere.

Domani colazione alle 7:30 poi alle 9:00 incontro con Padre Luciano e preparativi per il rientro.

 

Comments (1) »

13 novembre 2010 sabato

Sveglia alle 7, colazione alle 7:30 la mattina è limpida, le nuvole sono lontane, la giornata si preannuncia calda. Dopo avere caricato la macchina e saldato i conti scendiamo dalla città per imboccare la statale n°12 in direzione EST.

Ripercorriamo il solito percorso a ritroso attraversando l’abitato di Ilula prima di ridiscendere le rampe delle gole di Kitonga per poi ripercorrere la valle dei baobab fino al ponte di Mbuyuni sulla confluenza del Lukosi (il fiume sul quale stiamo realizzando il nostro progetto più importante qui in Tanzania) con il Great Ruaha che costeggeremo risalendo le montagne che ci porteranno all’abitato di Mikumi dove ci fermiamo a pranzo al Tan Swisse (dove altre volte abbiamo anche pernottato). Dopo pranzo ripartiamo alla volta di Morogoro dove arriviamo in un caldo e nuvoloso pomeriggio. Passiamo dal nostro amico indiano (che poi a ben vedere così indiano non è) per acquistare le sue cartoline e proseguire lungo la Old Morogoro road e girare per l’Allamano Seminary dei padri della Consolata dove ci aspetta Padre Dido che ci dà il benvenuto e ci sistema nelle camere che ormai sentiamo nostre.

Abbiamo il tempo di rinfrescarci dopo questo viaggio di 300 km che anche se non sono molti in assoluto, sempre piuttosto “fiaccanti” quando percorsi su queste strade, su un Toyota e in una giornata calda ed afosa. Ovviamente non ci possiamo lamentare di nulla, ci mancherebbe, senza dover andare troppo indietro nel tempo le condizioni erano assai peggiori e questo dimostra che comunque l’Africa si sta muovendo.

Alle 7 ci ritroviamo per andare a cena con i padri nel solito ristorante all’interno del campus della facoltà di agraria.

Come al solito la serata non solo è piacevole ma interessante per gli aperti scambi di opinione su argomenti da punti di vista molto differenti.

In particolare per me è stata interessante la chiacchierata con Nahashon che da principio si interessa alla mi attività professionale chiedendomi come questa è regolata in Italia rispetto agli enti pubblici, alle normative ed ai committenti poi dopo avere scoperto che ha studiato da geometra in Kenia si sposta sui temi dello sviluppo urbano e della pianificazione per finire nel descrivermi la desolante realtà della Tanzania dove oltre ai medici, come sapevamo, mancano drasticamente tutti gli altri tecnici, dagli ingegneri agli architetti ai geometri agli elettrotecnici e così via spiegando per esempio che in tanzania ci sono solo tre istituti tecnici per geometri e che il numero di tecnici preparato è irrisorio rispetto alle necessità del paese, sia a livello privato che a livello delle pubbliche amministrazioni, ovviamente i tecnici di livello universitario sono ancora più rasi. Un ulteriore aggravio di questa già desolante situazione è dato dalla qualità della preparazione tecnica sia superiore che universitaria che è molto bassa.

Questa mancanza di tecnici preparati si ripercuote ovviamente all’interno della pubblica amministrazione a tutti i livelli da quello nazionale, statale, regionale, distrettuale fino a quello amministrativo locale. Dove mancano le minime conoscenze sia tecniche che amministrative è evidente che l’amministrazione si nella migliore delle ipotesi inefficiente se non, come poi succede spesso, completamente vittima di corruzione e clientelismi.

Si dimostra molto interessato al nostro progetto di abitazioni per gli insegnanti del Campus Superiore di Iringa e mi chiede di poter vedere i disegni. Ovviamente lo farò appena rientrato in Italia via internet.

Lo scambio prosegue discorrendo delle difficoltà sia tecniche che amministrative (o addirittura politiche) che dovremo affrontare sulla strada del completamento del nostro progetto idroelettrico integrato fino al rientro in seminario dove ci salutiamo dandosi appuntamento per domani a colazione alle 7:30 prima che i padri prendano al loro strada per andare a celebrare la messa nei villaggi più lontani dai quali le persone non possono raggiungere le missioni dove ci sono i parroci.

 

Leave a comment »

12 novembre 2010 venerdì

Ha piovuto tutta la notte e l’effetto “diluvio” è accentuato dalle lamiere del tetto.

Sveglia alle 6:30 chiusura delle borse e colazione come al solito preparata dalle ragazze. Alle 7:30 sotto gli ultimi spruzzi di pioggia e con una temperatura decisamente fresca e dopo avere salutato Innocenzia, Tafrigia, William e Bushiri ci rimettiamo in marcia per tornare ad Iringa dove Padre Peter ci aspetta per accompagnarci al St. John of the Cross Hospital di Tosamaganga.

Fino a Kidabaga il cielo è coperto, l’aria è fresca e la strada bagnata a tratti è scivolosa, ma senza mai impensierire Elia e tanto meno noi. Passato l’abitato di Dabaga torna il sole e quando arriviamo nel cortile della casa Arcivescovile di Iringa anche la temperature è notevolmente aumentata.

Troviamo Padre Peter già pronto per accompagnarci a Tosamaganga ma Gianfranco gli chiede un attimo di attenzione per consegnarli ufficialmente la bozza che abbiamo redatto in questi giorni pregandolo di farla avere al più presto a monsignore sollecitando una risposta a breve, anche perchè probabilmente sarà necessario più di un passaggio per arrivare al documento definitivo e non vorremmo che ogni passaggio fosse legato ad un viaggio.

Dopo un passaggio alla “Delta Star” (altisonante nome per una incasinatissima ed improbabile officina di riparazioni elettriche che nonostante l’aspetto riesce a resuscitare qualsiasi parte elettrica) dove lasciamo un caricabatterie da riparare, lasciamo Elia in città con un elenco di commissioni affidategli da Mario e partiamo assieme a Peter che guida. Lasciamo i sobborghi di Iringa verso ovest dove la città si sta espandendo molto e dopo una mezzora arriviamo all’ospedale di Tosamaganga dove la direttrice Dr. Sabina Mangi ci accoglie nel suo ufficio nel consueto via vai di persone, pazienti, dottori, parenti, infermieri e operai. Dopo la consueta formalità della firma del libro degli ospiti, Carlo passa ad illustrare i motivi della nostra visita, principalmente rivolta a consolidare un dialogo diretto tra SCSF e il St. John of the Cross Hospital anche in vista di impegni futuri che la ong potrà prendere solo dopo avere completato il suo progetto principale a Madege. Poi le comunichiamo che a breve arriveranno qui i letti che ci sono stati regalati da Villa Chara e le chiediamo di vedere l’avanzamento dei lavori di ristrutturazione del padiglione di medicina generale femminile che un anno fa ci eravamo impegnati a sostenere.

La direttrice ci ringrazia molto e ci mostra il quadro economico di avanzamento dei lavori facendoci vedere che una prima parte è stata coperta con il nostro contributo assieme a finanziamenti governativi per circa il 50% dell’importo necessario, mentre per la seconda parte è stato richiesto (ed ottenuto) un finanziamento bancario che sarà da ripianare, poi ci invita a seguirla per vedere i lavori.

Con grande soddisfazione possiamo constatare che il padiglione che avevamo visto in così misere ed inaccettabili condizioni è stato rinnovato completamente e in maniera decorosa e funzionale, ed anche i servizi igienici per le degenti sono stati completamente rifatti ed ampliati, unica nota dolente (ma prevedibile non essendo cambiata la superficie del padiglione) il numero di malati che prevedono di ricoverare non è miolto inferiore a quanto avevamo visto l’anno scorso e sarà quindi molto probabile che in uno spazio che per gli standard italiani potrebbe ospitare 8, massimo 10 persone, si troveranno ricoverate 16 o 18 donne.

Lasciamo la Direttrice ai suoi impegni rinnovando i nostri per rimetterci in macchina e fare un passaggio all’orfanotrofio vicino dove le sorelle teresine che lo conducono tra mille difficoltà e con i pochi mezzi a disposizione ci stanno aspettando.

La visita ai bambini è come al solito commovente. Nella camera dei medi (1-3 anni) i bimbi stanno dormendo sui teli per terra perchè non essendo abituati a letti reti e materassi, quando sono nei lettini saltano continuamente e non riescono ad addormentarsi, mentre a terra, sui teli colorati preparati dalle sorelle, si addormentano subito, come noi li vediamo tutti in fila che dormono beatamente. Nella camera dei neonati (0-1 anno) sono anche qui quasi tutti addormentati (purtroppo siamo arrivati subito dopo la pappa) e la sorella ci presenta due donne con in braccio due piccoli di pochi mesi; sono la zia e la nonna dei due piccoli che hanno perso una la mamma durante il parto e l’altro entrambi i genitori e che stanno trascorrendo un periodo di “inserimento” di un mese prima di lasciare i bimbi all’orfanotrofio per poi riprenderli (se tutto andrà bene) dopo il compimento del 7 anno di età. I più grandicelli ci accolgono cantando e ballando al grido di “karibuni sana” (benvenuti), dopo un primo momento di imbarazzo Carlo e Gianfranco si lasciano coinvolgere dal coro mentre io cerco di riprenderli trattenendo a fatica il magone che mi prende alla gola guardando questi bambini festanti e pensando a quello che avranno passato ma soprattutto a quello che li aspetterà quando dovranno lasciare le cure delle sorelle e i loro amici. Consegniamo nelle mani della sorella commossa il nostro indegno aiuto.

Come in tutti i nostri viaggi in questa terra ma in questo in particolare, siamo venuti in contatto con tante realtà, ciascuna delle quali merita attenzione, rispetto ed aiuto, certamente con le nostre sole e poche forze non si possono risolvere tutte le necessità con le quali si viene in contatto, pena soccombere con loro senza creare nulla di utile e compiuto, comunque sia credo che dopo avere visto il dispensario di Madege condotto senza mezzi da Sister Violet (e da chi la preceduta e la seguirà) e l’orfanotrofio di Tosamaganga, senza mai perdere di vista la realizzazione del nostro progetto principale, sia utile cercare di concentrare sensibilità, disponibilità e risorse su questi due temi.

A questo punto abbiamo completato la parte “istituzionale” del nostro viaggio e sempre accompagnati da Padre Peter andiamo a pranzo assieme sempre sulla collina del Willolesi dove prenotiamo le camere per la notte. Dopo pranzo, prima di accompagnare Peter a casa, passiamo al mercatino dove ci attende la “dada” masahi per fare un poco di acquisti conditi dalla cordiale allegria, dalla discreta(?) insistenza di queste persone e dal folclore delle foto che la dada si lascia scattare al prezzo della pazienza che ci chiede per agghindarsi come si conviene ad una donna della sua classe, noi dal canto nostro siamo nel pieno delle nostre funzioni di “mzungu”, cioè di stranieri occidentali bianchi (quanto di peggio si direbbe), ma anche se la parola è spesso usata con tono dispregiativo nondimeno questo siamo in Africa: stranieri, occidentali ed inequivocabilmente bianchi. Tanto resta da fare sia per noi, cui queste persone hanno chiesto aiuti, sia per loro, perchè possano non avere più bisogno di chiederlo.

Accompagniamo in arcivescovado e salutiamo Padre Peter, poi risaliamo in collina per rinfrescarci e fissare le idee di questa altra intensa giornata. Ci troviamo per cena alle 20 e dopo ognuno nella sua camera a prepararsi per dormire e per il viaggio di rientro.

 

Leave a comment »

11 novembre 2010 giovedì

Sveglia alle 7:20 e colazione poi si riprende la discussione per la redazione della bozza di convenzione da presentare al Vescovo. Abbiamo anche deciso che essendo qui in quattro membri del consiglio direttivo di SCSF ong, ed essendo il documento in bozza e quindi suscettibile di variazione ad opera sia del Vescovo che nostra, ed essendoci anche resi conto della necessità di abbreviare i tempi di queste trattative, consegneremo una copia del documento da noi adeguato alla luce degli incontri fatti in questo viaggio, direttamente nelle mani del Segretario Padre Peter Wissa affichè lo faccia avere prima possibile al Vescovo con preghiera di valutarlo attentamente e farci pervenire le sue osservazioni al più presto.

Alle 9:30 abbiamo completato l’estensione del documento e ci prepariamo per la visita al cantiere dove Mario ci guida da vero cicerone per farci vedere gli ultimi progressi nella installazione della valvola a farfalla nella sala valvole (dove Gianfranco inciampa senza conseguenze), la dislocazione dei tubi lungo il percorso della condotta, le predisposizioni dei blocchi di controspinta nei punti dove la condotta cambia direzione, il blocco di tenuta a monte del salto finale, per poi discendere sul sito della centrale e constatare la mole di materiale già stoccato dentro al grande capannone metallico pronto per l’assemblaggio del fabbricato della centrale appena si sarà completata la realizzazione dei blocchi di ancoraggio delle turbine e degli scarichi a valle. Infine rientriamo a casa Monari per il percorso più lungo che fiancheggia il corso del Lukosi dove possiamo vedere il nuovo ponte di Ilutila che adesso è idoneo anche al passaggio di mezze pesanti e che Mario ci informa essere stato molto utile alla campagna elettorale del Mugnakiti (sindaco) di Ilutila che si è grandemente vantato di avere ricostruito il ponte sul Lukosi. Risaliamo poi verso il villaggio di Madege e di qui per la solita strada ridiscendere di nuovo verso il cantiere di Maguta.

Una volta a casa, mentre Gianfranco si riposa dagli scossoni ricevuti durante la visita in cantiere e Carlo completa il suo racconto dell’incontro con Sister Violet al Dispensario di Madege, io mi dedico alla trascrizione sul PC del documento che domani vorremmo portare a Padre Peter. Dopo averlo stampato con la stampante in camera di Mario lo rileggiamo e correggiamo per poi infilarlo in una busta accompagnato da una lettera scritta di pugno da Gianfranco sperando che Monsignore abbia la possibilità di leggerlo e valutarlo presto.

Questa sera la connessione a internet è più agevole e riesco anche a mettere on-line il pezzo di Carlo sul sito di SCSF poi Mario ci chiama per la cena “chakula taiari” (mangiare pronto) e ci sediamo a tavola sempre discutendo animati da un fervore generato dall’entusiasmo di partecipare a questa impresa.

Dopo cena ci ritiriamo presto anche perché domattina abbiamo appuntamento con Padre Peter a Iringa alle 10 per andare poi a Tosamaganga e quindi sarà necessario partire entro le 7:30.

Dopo la doccia calda, intanto che fuori scroscia un temporale, telefono a casa e aggiorno il diario che spero di poter mettere presto in linea per condividere con gli amici che ci seguono le emozioni di questo intenso viaggio. Domani inizieremo il rientro.

 

Comments (3) »

10 novembre 2010 mercoledì

sveglia alle 7:00, a parte Mario mi pare che Gianfranco e Carlo siano ancora a letto mentre sento già il vociare allegro di Innocenzia e Tafrigia.

Mentre aspetto che anche gli altri mi raggiungano per la colazione inizio a leggere il documento che il vescovo ci ha fatto avere e che rappresenta la prima bozza di convenzione tra SCSF e la Diocesi di Iringa relativa al progetto idroelettrico che ancora veniva identificato come “progetto energetico polisettoriale – Pane Acqua Salute Lavoro” e che attualmente è indicato in Italia come Progetto Idroelettrico Integrato “Pane Acqua Salute Istruzione Lavoro” e in Tanzania come Hidroelectric Integreted Project Madege “Bread Water Health Education Work” o più brevemente H.I. Project Madege.

Facciamo colazione assieme verso le otto e subito dopo andiamo a salutare un gruppo di operai che sono arrivati in cantiere convocati da Mario per alcune attività di preparazione in vista dell’arrivo, il 18 novembre prossimo di Marco, Annamaria e Giuseppe che si fermeranno fino al 22 dicembre ai quali si unirà anche Stefano per un breve periodo necessario a risolvere questioni tecniche particolari legate alla realizzazione della condotta.

Dopo il saluto faccio un giro per i godown (i ricoveri o capannoni per le macchine) per fare una ripresa video delle nostre attrezzature poi rientriamo in casa per valutare assieme a Gianfranco e Carlo come rivedere la stesura del documento di convenzione da sottoporre al Vescovo.

Alla luce di tutte le informazioni raccolte da Londra ad Iringa passando da Dar e Morogoro e di quanto è stato detto nell’incontro di ieri con il Vescovo, la discussione ci occuperà in una vivace analisi di tutti gli articoli e ci impegnerà fino all’ora di pranzo.

Il dettagliato risultato di questa analisi sarà una nuova bozza di convenzione che dovremo sottoporre al consiglio direttivo di SCSF (anche se qui siamo già in 4 consiglieri) e poi inviare al Vescovo di Iringa per la valutazione delle sue osservazioni con preghiera di darci risposta entro una data prefissata.

Allo stesso modo una sorta di verbale dell’incontro di ieri sarà sottoposto al consiglio ed inviato per conoscenza a Monsignore, questo perché ci rendiamo conto della necessità di mantenere più vivo e stretto il rapporto tra SCSF e la Diocesi di Iringa anche dall’Italia.

Dopo mangiato abbiamo un’altra ora e mezza circa per proseguire l’analisi della bozza di convenzione e alle 14:30 Mario ci invita ad uscire per andare a visitare il dispensario di Madege gestito dalle Sorelle della congregazione delle Suore Teresine.

Questa visita segue la volontà di SCSF di riprendere il sostegno alle poche e povere strutture sanitarie presenti qui sui monti di Madege e che il Prof. Monari ha sempre sostenuto anche personalmente nei suoi anni di attività africana. Inoltre scaturisce da una sollecitazione di Emiliano che suggeriva l’idea di poter inviare dall’Italia personale medico e paramedico volontario in compresenza ai nostri viaggi di lavoro, suggerimento che ho poi girato a Carlo valutandone anche la doppia opportunità di fungere oltre che da supporto medico per i nostri viaggi di lavoro anche da aiuto alla attività del dispensario.

Ovviamente le questioni da risolvere oltre alla indubbia necessità, sono molte sia a livello di opportunità “politica” che di logistica.

 

Arrivati al dispensario veniamo accolti prima di tutto da un drappello di bambini vocianti che subito si scherniscono alle foto mie e di Carlo ma poi si fanno un sacco di risate rivedendosi dentro le immagini. Hanno una palla di pezza tenuta insieme da lacci di spago con la quale giocano a calcio coinvolgendo Carlo. Dopo poco arrivano le suore: sono tre, due più anziane che si occupano dell’asilo dei bambini e della scuola di cucito per le donne e la più giovane Sr. Violet che segue il dispensario alla quale chiediamo di poterlo vedere.

Suor Violet ci invita ad entrare e ci spiega che è lei da sola a condurre questa struttura medica di base a mezza via tra il poliambulatorio ed il dispensario. Solo saltuariamente è aiutata da altre due infermiere (?) nei momenti di maggior carico. Da ormai un anno non passa di qui alcun medico (il più vicino è quello dell’ambulatorio statale di Lukosi più a valle) e per il prossimo anno non è previsto che arrivino qui altri medici. Forse alla fine del prossimo anno quando la sua congregazione (le suore Teresine del Bambin Gesù), se ci saranno le disponibilità economiche, la manderà a studiare medicina, allora sarà sostituita da un medico.

Per il momento Sister Violet fa da medico, da ginecologa, da tecnico di laboratorio, fa le visite a domicilio (quando il Toyota ha il gasolio) fa le vaccinazioni ai bambini, visita i malati e fa le analisi del sangue e delle urine, con i pochi strumenti del piccolo laboratorio.

Manca però quasi tutto … i pochi barattoli di medicinali che ci fa vedere suonano desolatamente vuoti e nella “spartana” sala parto il cassonetto che contiene le attrezzature conta 5 paia di guanti sterili, Sister Violet ci racconta che in un mese può avere anche dieci parti e a volte anche tre gestanti contemporaneamente. Ci fa vedere le camere con i letti per i pazienti che richiedono qualche giorno di degenza (ora vuote). Due letti nella camera dei bambini due dalle donne due dagli uomini più altri due per le gestanti. La luce elettrica necessaria per le poche attrezzature del dispensario e per la casa delle suore è generata da un piccolo gruppo elettrogeno a gasolio che si “litiga il carburante” con la macchina, L’impianto elettrico che ci fa vedere (dotato di batterie che vengono ricaricate dal piccolo generatore) funziona più o meno come quello di casa Monari a Maguta me è decisamente piuttosto datato.

Insomma un quadro veramente desolante dove spicca la serena determinazione di questa giovane donna di 31 anni dai lineamenti dolci che deve occuparsi di tutto con la disponibilità di niente (o comunque di molto poco). Per fortuna almeno i due edifici ed i locali in essi ospitati che Sister Violet ci ha appena fatto visitare sono ordinati, puliti e decorosi ma a parte questo qui è veramente necessario procurare tutto. Alla nostra richiesta di sapere da chi dipende la gestione del dispensario Sister Violet ci dice che dipende solo da loro tre e che né la Diocesi né la loro congregazione le sostiene in alcun modo concreto e regolare, anzi dalla congregazione le indicazioni sono di auto-sostenersi con i soldi che dovrebbero pagare le persone assistite. Ma basta guardare le “case” che si incrociano per arrivare quassù per comprendere come questo, forse anche giusto criterio, sia in realtà puramente teorico se non addirittura pretestuoso, quasi sarcastico.

Sister Violet ci fa chiaramente capire che se vogliamo aiutare il suo dispensario dobbiamo fare riferimento direttamente a loro perché qualsiasi contributo versato alla congregazione, anche se indirizzato al dispensario di Madege, sarebbe con tutta probabilità dirottato altrove a causa della cronica ristrettezza economica nella quale versa la congregazione delle suore missionarie di Santa Teresa del Bambin Gesù.

All’uscita dal dispensario il codazzo di bambini vocianti è aumentato e tutti chiedono “pipi pipi” (caramelle), ci indicano i vestiti stracciati e sdruci o serenamente chiedono “scilinghi” (scellini, soldi) poi le suore ci invitano a bere qualcosa nella loro casa dove ci accolgono allegramente facendo domande e regalandoci sorrisi e risate.

Uscendo dalla casa mentre ci facciamo una foto assieme alle suore penso al “coraggio necessario” di queste donne che avendo preso i voti forse anche solo per scelta obbligata di sopravvivenza, conducono comunque una vita difficile per adempiere il compito che è stato loro affidato.

Rientriamo discutiamo di quanto questa realtà così vicina a noi abbia bisogno di un aiuto e decidiamo di fare il possibile, con negli occhi lo sguardo dapprima quasi impaurito e poi sereno ed infine pieno di gratitudine che ancora non meritiamo, di Sister Violet e nelle orecchie le risate delle consorelle.

Rientrati cerchiamo di mettere a fuoco quanto visto e quando arriva l’ora di cena seppur la giornata non sia stata fisicamente stancante ho la testa piena di pensieri che corrono dalla discussione della mattina sul documento da sottoporre al Vescovo alla visita del pomeriggio al dispensario di Madege. Decidiamo di rimandare a domattina, a mente fresca, la conclusione della stesura della bozza di convenzione tra SCSF e la Diocesi di Iringa.

Mario ci prepara una cena rinfrancante con zuppa e carne in scatola o tonno poi dopo qualche altra considerazione sulla giornata trascorsa e qualche tentativo fallito di navigazione in internet decidiamo di andare a dormire. Non prima di una telefonata a casa per sapere come stanno Manuela e Sofia e di aver aggiornato il diario di questo viaggio in Tanzania denso di impegni, incontri, discussioni e scambi di idee come nessuno di quelli precedenti lo era stato.

 

Comments (2) »

9 novembre 2010 martedì

 

Sveglia al canto del muezzin che per questa volta almeno non è una tediosa gnola gutturale ma quasi un canto. Doccia e preparazione delle valigie. Ci troviamo per colazione alle 7:30, Elia carica il Toyota e andiamo alla casa del Vescovo per l’appuntamento delle 9:00.

Arrivati nel cortile ci accoglie Padre Peter con il quale scambiamo qualche battuta intanto che aspettiamo Monsignore. Nel frattempo arriva anche Pierino al quale dobbiamo consegnare il PC che a Londra ci ha dato per lui Salvador.

Dopo qualche minuto arriva anche il Vescovo di Iringa, Mons. Tarcisius Mgalalekumtwa nostro referente in questa regione e rappresentante dell’entità cui il nostro impianto verrà donato a beneficio e per lo sviluppo delle popolazioni dell’altopiano di Iringa. Ci invita ad entrare nel salotto per il colloquio che gli avevamo chiesto e che per noi è una delle motivazioni principali di questo viaggio.

Avremo un colloquio approfondito che durerà più di due ore dove affronteremo tutte le questioni relative ai nostri progetti qui cercando di penetrare il velo dietro il quale questa gente africana riesce a dissimulare i propri reali sentimenti quali abilissimi negoziatori. Per noi sarà compito arduo.

 

Quando finalmente la discussione con il vescovo volge al termine arrivano anche gli altri bolognesi che sono adesso ad Iringa e quindi abbiamo l’opportunità di salutare Don Tarcisio Nardelli e le altre persone che sono assieme a lui poi salgo in macchina con Monsignore per andare a vedere la nuova biblioteca della Cagliero Haigh School. Mario e Carlo ci seguono con la nostra macchina guidata da Padre Peter.

La Biblioteca è un edificio rettangolare ad un piano di circa 35×12 metri dotato di una reception per consegna e restituzione, un ufficio la biblioteca ed una sala lettura di circa 25×12. La copertura è in lamiera sostenuta da capriate reticolari in legno a circa 60 cm con uno sporto asimmetrico sul lato lungo di ingresso a SUD. L’edificio è in via di completamento e mancano ancora gli impianti e parte degli infissi ed il controsoffitto. Il vescovo mi chiede cosa ne penso e io non posso fare a meno di osservare che sarebbe utile cercare di innescare una ventilazione naturale nel sottotetto per evitarne il surriscaldamento cerco quindi di spiegare al vescovo in persona come fare e lui mi pare sinceramente interessato. Al termine della visita salutiamo monsignore che parte per altri appuntamenti fuori sede e noi assieme a padre Peter andiamo a pranzo all’Hilltop.

Dopo mangiamo riaccompagniamo Padre Peter in arcivescovado dove ci aspetta Elia per prendere finalmente la strada per casa Monari a Manguta.

Ogni anno passando di qui si vedono i progressi della strada che è sempre più facilmente percorribile e che addirittura passando per l’abitato di Kilolo (che è diventata sede di distretto) è stata anche asfaltata e addirittura c’è un benzinaio.

Comunque questi 70 chilometri di strada che porta al nostro cantiere attraverso due passi ad una quota prossima ai 2000 m.s.l.m. Segnano non tanto una distanza fisica quanto una distanza temporale che ci trasporta in un latro mondo, in una altra africa e forse in un altro tempo.

Al calar del sole arriviamo finalmente a casa accolti dalle festanti risate di Innocenzia e Tafrigia che intanto ci hanno preparato cena e camere per riposarci.

Dopo cena facciamo alcune considerazioni sugli incontri avuti oggi e su quanto discusso con il Vescovo poi andiamo a dormire.

Leave a comment »